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Non chiamarmi per nome,
chiamami per quello che resta.
Resto di naufragio, resto di pasto,
avanzo di una preghiera
inceppata tra denti e lingua.
Hanno provato a murarmi
nelle stanze del “devi”, del “non puoi”,
messo lucchetti alle mie gambe,
sparso sale sulle mie voglie.
Il corpo ha memoria di lupo.
Trova l’uscita
anche quando le stelle
sono spente a colpi di martello.
Io sono la donna
che si riprende lo spazio di un respiro,
che non chiede permesso
per occupare la sedia,
per abitare il grido,
per sporcare la tovaglia bianca
del vostro perbenismo.
Sotto il vestito porto
un esercito di madri mai ascoltate,
un coro di spettri
che finalmente hanno trovato voce.
Anche se la gola è secca,
anche se il tempo è scaduto,
canto,
perché il mio corpo
è l’unica terra
che non possono espropriare.
@Alma Gjini